Da città d'arte a parchi a tema: il lato oscuro dell'overtourism

L’overtourism è sicuramente un tema molto complesso, sul quale è difficile esprimersi in maniera esaustiva in poche parole. Richiederebbe, a mio giudizio, interventi seri da parte delle istituzioni, in collaborazione con le associazioni di categoria e gli enti locali e nazionali. Qualcosa che, al momento, non sembra essere nell’aria (meno che mai sotto elezioni).

Il problema, a mio avviso, è soprattutto l’impatto che questo fenomeno ha sulla vivibilità delle città d’arte e dei piccoli centri, dove gli equilibri sembrano ormai essere saltati.

Ne sono un esempio le folle oceaniche che invadono i siti più famosi, ma anche quei luoghi che improvvisamente diventano di moda perché finiti nell’algoritmo giusto di un social network, anziché essere apprezzati per il loro reale valore. Uno degli esempi più palesi a Roma è la chiesa di Sant’Ignazio di Loyola, con file chilometriche per scattare un selfie allo specchio e il resto della chiesa semivuoto.

La corsa all’apertura di B&B e case vacanze, che ha preso d’assalto i centri storici di città come Roma, ha contribuito al progressivo svuotamento degli stessi. Negli ultimi dieci anni abbiamo assistito a un forte calo del numero di residenti, un fenomeno che sta trasformando la geografia urbana di interi quartieri.

Si sono persi, o fortemente ridotti, i mercati rionali, le botteghe artigiane, i luoghi di ritrovo, i buoni ristoranti e i negozi di quartiere. Tutte realtà che oggi sono sempre più orientate al turista anziché al residente, oppure che hanno semplicemente chiuso per mancanza di una clientela locale.

Il rischio di questa tendenza è che, più i centri storici si snaturano e si orientano verso un turismo mordi e fuggi (una o due notti, spendendo il meno possibile prima di ripartire), meno diventano godibili per quei turisti che desiderano conoscere davvero una destinazione, dedicandole quattro, cinque o più giorni.

Viaggiatori che, oltre al patrimonio storico e artistico, vogliono scoprire anche la cultura contemporanea della città, frequentare i luoghi di ritrovo di chi ci è nato, di chi ci vive e di chi ci lavora.

Sembra che si sia persa di vista l’autenticità, a favore di una quotidianità artefatta e confezionata per il turista, quasi in stile Disney World.

La proliferazione incontrollata di B&B, affittacamere e case vacanze, che ha svuotato intere vie e palazzi, ha accelerato questo fenomeno, amplificandone l’impatto sociale ed economico.

Dal caro affitti alla scomparsa di molte attività artigianali e commerciali, dal progressivo abbassamento della qualità dell’offerta gastronomica alla moltiplicazione di negozi di souvenir, paninari e attività simili, che tappezzano le strade di merce scadente e prodotti di bassa qualità.

E tutto questo avviene spesso proprio negli spazi che un tempo ospitavano artigiani, botteghe e negozi di qualità, capaci di offrire qualcosa di autentico tanto ai residenti quanto ai turisti.

Personalmente ritengo che una stretta normativa sia necessaria, ma che debba essere accompagnata da incentivi per ripopolare i centri storici e da maggiori garanzie per i proprietari di case e appartamenti che scelgono gli affitti a lungo termine. La mancanza di queste garanzie è, del resto, uno dei motivi che hanno spinto molti proprietari a preferire le locazioni turistiche.

Servirebbe inoltre un fondo dedicato agli artigiani e agli artisti, per aiutarli a preservare e portare avanti le loro attività, spesso storiche e tramandate di generazione in generazione, che oggi rischiano di scomparire. Un po’ come fa il FAI per tanti luoghi storici d’eccellenza, applicando un principio simile alla salvaguardia del patrimonio artigianale e culturale delle nostre città.

Vorrei chiudere citando un’esperienza personale vissuta in Sri Lanka.

Nel 2015 feci un viaggio in questo meraviglioso Paese e rimasi colpito quando, arrivando al complesso archeologico e spirituale di Anuradhapura, ci chiesero 30 dollari a persona per accedere all’area in quanto turisti stranieri, oltre al costo dei biglietti per visitare i vari templi.

Questo sistema contribuiva a proteggere luoghi meravigliosi, risalenti a 2.500-3.000 anni fa, da un afflusso turistico indiscriminato, consentendo allo stesso tempo alla popolazione locale di continuare a viverli e frequentarli liberamente come luoghi di culto, senza alcun costo.

Una politica del genere sarebbe sicuramente di difficile applicazione in Italia, ma si potrebbe sperimentare in alcuni luoghi specifici: penso, per esempio, a Piazza del Pantheon, alla Fontana di Trevi o ad alcune aree dei Fori Imperiali e del Colosseo.

L’importante sarebbe far comprendere al turista internazionale che il contributo richiesto non rappresenta semplicemente un costo aggiuntivono è u, ma una risorsa destinata alla conservazione e alla valorizzazione del patrimonio archeologico, al sostegno dell’artigianato locale o al finanziamento di progetti sociali e solidali.

Penso che la maggior parte dei turisti sarebbe ben disposta a pagare qualche euro in più, sapendo esattamente come verrebbero impiegate quelle risorse. Al tempo stesso, una misura del genere, se ben studiata e regolamentata, potrebbe contribuire a rendere certi luoghi più vivibili e godibili per tutti.

Ovviamente non sarebbe la soluzione definitiva al problema dell’overtourism, ma rappresenterebbe quantomeno un primo passo concreto per smuovere le acque e orientare il turismo verso una maggiore sostenibilità, senza sacrificare la vivibilità e l’identità dei luoghi che lo rendono possibile.

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Andrea Spalletti Trivelli, nato a Roma nel 1985, ha iniziato il suo percorso di studi in una scuola inglese, dove ha avuto l'opportunità di formarsi in un ambiente internazionale insieme a studenti provenienti da tutto il mondo. Ha frequentato l'università a Milano per due anni e, a 20 anni, ha deciso di contribuire all'attività di famiglia lavorando nell'hotel di proprietà.

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