Il paradosso del turista: conoscere un luogo fino a cambiarlo
Nel 1927 il fisico tedesco Werner Heisenberg formulò il principio di indeterminazione, mostrando come, nel mondo quantistico, la posizione e la quantità di moto di una particella non possano essere entrambe determinate con precisione arbitraria. Nella riflessione sulla misurazione emergeva anche il problema dell’interazione fra lo strumento di osservazione e il fenomeno osservato: in estrema e riduttiva sintesi l’atto di osservare inevitabilmente modificava lo stesso oggetto dell’osservazione.
Senza confondere questi concetti né trasferire una legge fisica ai comportamenti umani, possiamo ricavarne una suggestione: possiamo visitare un luogo senza contribuire a trasformarlo?
Pensiamo a una piccola trattoria frequentata dagli abitanti del quartiere, raccontata in rete come un’esperienza autentica. Quando migliaia di persone desiderano frequentarla proprio per quella ragione, l’aumento della domanda ne modifica il pubblico, i tempi del servizio, l’offerta e le relazioni. La trattoria continua a esistere, ma somiglia sempre meno al luogo che tutti volevano conoscere, per diventare inevitabilmente una cosa diversa. Chi arriva per sentirsi local for a day può contribuire, insieme a molti altri, ad allontanare i residenti dall’esperienza che cercava di condividere.
Su scala territoriale, questo paradosso ci porta al cuore dell’overtourism, perché la destinazione si adatta alla domanda fino a rischiare di compromettere le caratteristiche che l’avevano resa desiderabile. L’osservatore, attraverso la propria presenza, modifica l’osservato.
L’ampliamento dell’accesso al viaggio è stato una conquista importante. La riduzione dei costi e dei tempi di trasporto ha consentito a una parte crescente della società di conoscere luoghi prima difficilmente raggiungibili. Questa accelerazione, tuttavia, non è stata necessariamente accompagnata da una crescita equivalente della conoscenza: quella di chi visita, chiamato a comprendere ciò che incontra, e quella di chi governa, chiamato a interpretare e gestire le conseguenze dei flussi.
L’abbondanza delle informazioni non risolve automaticamente questo squilibrio. Gli ecosistemi digitali facilitano la scoperta, ma finiscono anche per concentrare milioni di desideri sulle medesime immagini, sugli stessi locali e sugli stessi scorci, quindi diventa semplice sapere dove andare, senza che sia altrettanto semplice comprendere dove ci si trovi. E una maggiore capacità di spesa non costituisce, di per sé, una garanzia di curiosità, preparazione o rispetto.
Per questo non si può automaticamente accettare l’equivalenza fra turismo di maggior valore e turismo più costoso. Il prezzo seleziona la capacità di acquisto; dice molto meno sulla qualità della relazione con il luogo. Una destinazione accessibile soltanto a pochi può comunque essere profondamente trasformata dalle loro aspettative, mentre un viaggio economicamente accessibile può produrre conoscenza e scambio.
Il valore andrebbe dunque valutato anche attraverso ciò che rimane nel territorio: qualità del lavoro, continuità delle attività locali, servizi disponibili, possibilità per i residenti di continuare ad abitarlo e riconoscerlo. Conta anche quanto della ricchezza generata remuneri questi elementi e quanto venga assorbito dai soggetti che organizzano l’accesso alla destinazione.
La domanda «più turisti o maggior valore?» contiene però una difficoltà ulteriore. Sul piano delle intenzioni, privilegiare il valore appare una scelta quasi obbligata. Sul piano degli incentivi, chi è disposto a rinunciare alla crescita?
L’espansione quantitativa è un tratto profondo del nostro tempo. Se il successo continua a essere celebrato soprattutto attraverso l’aumento di arrivi, presenze, collegamenti e fatturati, è difficile attendersi che il turismo adotti spontaneamente un criterio diverso. Ogni limite può tutelare un equilibrio collettivo e, contemporaneamente, ridurre un’opportunità economica individuale. Governare questa contraddizione richiede di stabilire chi decide, nell’interesse di chi e con quale distribuzione dei costi. È qui che la coperta diventa corta; oltre determinate concentrazioni, conservare la qualità può richiedere rinunce effettive. Redistribuire i flussi nello spazio e nel tempo può aiutare, ma occorre chiedersi se i territori coinvolti dispongano della capacità di accoglierli, evitando di riprodurre altrove il medesimo processo e anche limitare una singola forma di ricettività richiede una valutazione degli effetti sull’intero sistema: abitare, lavoro, mobilità, prezzi e accessibilità.
E’ forse quindi più plausibile attendersi interventi circoscritti, capaci di correggere alcuni squilibri, che un cambio generale di direzione. Una svolta più profonda richiederebbe una revisione dei criteri con cui misuriamo il successo e la volontà politica di sostenerla anche quando comporta una minore crescita dei volumi.
Possiamo migliorare molto attraverso scelte locali consapevoli. Ma, finché ogni aumento sarà considerato un risultato positivo in sé, continueremo a chiedere ai territori di assorbire le conseguenze di una crescita che nessuno ha un incentivo sufficiente a contenere. La scelta diventa concreta quando siamo disposti a indicare quale espansione possiamo accettare e a quale, per preservare il valore di un luogo, intendiamo rinunciare.
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